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DOSSIER RIFIUTI CAMPANIA: LA PEGGIORE DELLE SOLUZIONI POSSIBILI

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L’avvio della “soluzione finale”: bruciamo tutto.
E’ stato recentemente predisposto dal Commissario di Governo per l’emergenza rifiuti in Campania, Corrado Catenacci, il bando di gara d’appalto con procedura ristretta accelerata per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani nell'intera regione. Il valore complessivo della gara d’appalto è di 4,5 miliardi di euro (cioè quasi 9.000 miliardi di lire) e consiste in una concessione ventennale in esclusiva. Detto in soldoni, la Regione si prepara cioè a sborsare nell’arco dei prossimi 20 anni un massimo di 80 euro per ogni singola tonnellata di rifiuto smaltito.

Il totale di rifiuti prodotti in un anno in Campania si aggira attualmente intorno alle 2,8 milioni di tonnellate. E’ comunque importante rilevare che il costo di smaltimento dei rifiuti, ovviamente, non include quello di raccolta e di trasporto degli stessi, che andrà pagato a parte e che da sempre incide sulle tasche dei contribuenti in maniera più gravosa.

L’appalto è suddiviso in 3 lotti distinti, che comprendono orientativamente Napoli, Caserta e Salerno.
Gli oneri di aggiudicazione -cioè le spese che saranno completamente a carico di chi vincerà la gara – prevedono il completamento dell’inceneritore di Acerra (NA), con un investimento ulteriore di 45 milioni di euro, e la realizzazione di 2 nuovi impianti di incenerimento (detti eufemisticamente anche termoutilizzatori o termovalorizzatori): uno a Santa Maria La Fossa(CE) e un altro nel salernitano. In più chi vincerà dovrà subentrare alla Fibe in gran parte degli altri impianti e dei contratti facenti capo a quest’ultima.

Il 4 maggio è scaduto il termine per manifestare interesse alla gara.
Hanno aderito 2 cordate distinte. Da un lato l’Asm di Brescia in partnership con l’Unione industriali di Napoli (di cui è presidente Giovanni Lettieri), una società di Napoli, una di Milano e l’altra di Roma.
Dall’altro c’è¨ Veolia Environnement (gruppo Vivendi), il colossomultiutility francese. L’offerta (al ribasso rispetto alla cifra indicata dal bando di gara) dovrà essere presentata entro il 27 giugno.
Le buste verranno aperte il 4 luglio. L’aggiudicazione comprende una griglia di parametri, oltre a quello dell’offerta economica migliore.

Un massimo di ben 30 punti infatti, sui 100 totali disponibili, andrà alla cordata che dimostrerà le migliori modalità di organizzazione e di gestione del servizio sul territorio.Anche per questo motivo risulta enormemente favorita per l’aggiudicazione finale la cordata guidata dall’Asm e dall’Unione industriali di Napoli. La futura gestione dei rifiuti in Campania, ad onor del vero, suscita enormi perplessità , e forse ancora maggiori del disastro perpetrato negli ultimi 14 anni. E può anche darsi che tale disastro sia stato in parte voluto per pilotare poi una soluzione finale come quella che si intravede e che,francamente, fa rabbrividire. Ma vediamo più da vicino il perchè.

Verso un nuovo disastro
La versione ufficiale che si sta facendo strada è che l’ intenzione generale sullo smaltimento rifiuti sia quella di contemperare la raccolta differenziata con l’incenerimento dei residui non differenziati. Differenziamo cioè quello che possiamo, il resto lo bruciamo. Ma si tratta di una grossa menzogna, sbugiardabile con appena un po’ di buon senso.

La raccolta differenziata è evidentemente in antitesi con la possibilità di ricavare (e rivendere al gestore nazionale) energia elettrica dai rifiuti. E lo è a maggior ragione nel caso Campania, se solo facciamo un po’ di conti.
Ad Acerra è prevista infatti la realizzazione di un gigantesco termoutilizzatore,che sarà il più grande d’Europa, con una potenza elettrica di 120MW. A SantaMaria La Fossa e a Salerno gli impianti dovrebbero essere equivalenti,di 70MW ciascuno. Ricordiamo, a titolo esemplificativo,che l’impianto di Brescia (Asm) è di 84 MW ed è in grado di smaltire oltre 750.000tonnellate di rifiuti all’anno. In Campania avremo a breve una potenza di oltre 260MW, capace cioè di smaltire - conti e proporzioni alla mano – quasi 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno. Vale a dire pressochè l’intero ammontare prodotto annualmente in Campania.

La raccolta differenziata risulterà cioè di fatto azzerata,o peggio quanto differenziato – con enorme aggravio di costi per i contribuenti – finirà comunque incenerito. Ma non basta. Senza una vera raccolta differenziata i cittadini resteranno in ogni caso ostaggio degli inceneritori. Non bruciare i rifiuti vorrà dire infatti ritrovarseli in mezzo alla strada, col trionfo ad ogni pie’ sospinto della facile demagogia interessata all’incenerimento. Chi ospita e subisce i gravosi effetti degli impianti pertanto vivrà perennemente sotto ricatto. La situazione che si prospetta, dunque, a dir poco inquietante.

Ci sono poi da bruciare anche le ecoballe stipate dalla Fibe. Sarà forse per questo che Giovanni Lettieri, come riportava Il Denaro il 16 maggio scorso, non perde tempo e già propone la costituzione di una nuova holding per realizzare un quarto termoutilizzatore addirittura a Napoli città . L’impianto viene definito da Lettieri «una risorsa per il territorio e per losviluppo». Non è escluso che si prenda di mira l’area industriale di Bagnoli per un quinto impianto.

Qualche lettore, a questo punto,comincerà a paventare il rischio che la camorra possa infiltrarsi in un business così vistoso, esteso complessivamente all’intera regione.
E che regione…
Nessuna paura, comunque. Lo stesso Lettieri chiarisce infatti la spinosa questione con una dichiarazione che ci rende tutti più tranquilli, riportata sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno il 6
maggio scorso. La camorra? «Non è paragonabile alla mafia perchè, a differenza di quest’ultima, non si infiltra negli affari e nelle imprese, ma si limita alle estorsioni».

Renzo Capra, presidente dell’Asm di Brescia, ha recentemente sottolineato lo «scopo etico» che di fatto motiverebbe l’azienda bresciana nel proporsi in Campania. La natura di questo scopo etico è chiarita dallo stesso Capra di fronte allo Commissione bicamerale sul ciclo rifiuti, nel corso della sua audizione tenutasi il 14 settembre 2005, allorchè nacque l’accordo con Lettieri e l’Unione industriali di Napoli. «Direi che sul territorio l’ attività più delicata e più difficile è proprio la raccolta differenziata piuttosto che la combustione perchè, una volta realizzato, l’impianto [l’inceneritore] va avanti per conto suo. Si tratta, comunque, di impianti redditizi». Come volevasi dimostrare. «Produrre energia dall’impianto di Brescia (80MW) con il gas sarebbe stato quattro volte meno costoso. Cosa lo rende allora, dal punto di vista economico, fattibile e conveniente? Il fatto che il combustibile [i rifiuti] non viene pagato da chi lo usa, ma da chi lo fornisce».
Cioè sono i cittadini che pagano, come abbiamo visto, per lo smaltimento dei rifiuti. Ma non basta. Prosegue infatti Capra: «L’altro aspetto è quello relativo al CIP 6, o comunque ai certificati verdi, che non sono molto diversi come redditività».

Questo è un altro punto fondamentale. Il Decreto Legislativo 79/1999 (Decreto Bersani), integrato col Decreto Ministeriale dell’11 novembre 1999, istituisce i certificati verdi affiancandoli al CIP 6/92, cioè il precedente decreto interministeriale relativo agli incentivi statali sull’energia prodotta da fonti rinnovabili. I certificati verdi, a differenza del CIP 6/92,sono attribuibili non in base a graduatorie, ma a chiunque ne faccia richiesta, per i primi 8 anni di entrata in funzione degli impianti. Equi veniamo al nodo della questione. Nel novero dell’energia ricavata da fonti rinnovabili è inclusa anche quella ottenuta dall’incenerimento rifiuti. Si tratta di una situazione paradossale,che finisce per deprimere di fatto l’espansione delle vere fonti rinnovabili di energia.

Ma quanti soldi pubblici finiscono nelle tasche di chi incenerisce per professione? Grazie ai certificati verdi e al CIP 6, l’energia prodotta dai rifiuti che finisce sulla rete nazionale viene attualmente pagata dal gestore della rete elettrica nazionale 14centesimi di euro (279 lire) per KWh (chilowattora), in luogo dei 4 centesimi (87 lire) pagati per l’energia prodotta mediante gas, carbone, olio combustibile. Ben 10 centesimi di differenza per ogni KWh, direttamente a carico dallo Stato. Tutto ciò per i primi 8 anni, come dicevamo. E, poichè un impianto come quello di Brescia (84MW)
produce in un anno circa 500GWh (cioè 500 milioni di KWh), la potenza installata di qui a 4 anni in Campania (260MW) consentirà all’Asm o a chi per lei di intascare – con tutti e 3 gli impianti a regime – fino ad un massimo di 160 milioni di euro di incentivo all’anno, per 8 anni di fila. Ovviamente questa cifra è a parte rispetto al tetto degli 80 euro che la Regione pagherà per “vendere” ogni tonnellata di combustibile agli inceneritori. E, poichè da ogni tonnellata di rifiuti si ricavano in media 640 KWh elettrici(equivalenti a 64 euro di contributo statale), smaltirne ognuna costerà in definitiva al contribuente un massimo di 80 + 64 euro = 144euro. Alla faccia dello scopo etico. Tra l’altro il solo incentivo disposto mediante il CIP 6 e i certificati verdi permette di ammortizzare, in 8 anni, dall’80% al 100% del costo degli impianti di incenerimento. Capra ammette dinanzi alla Commissione bicamerale: <<Senza il CIP 6, o i certificati verdi,difficilmente si potrebbe partire, per cui la Comunità li ha incentivati e li mantiene». L’ultima parte dell’affermazione del presidente dell’Asm però è
quantomeno inesatta.

L’Unione Europea, infatti, considera rinnovabile soltanto l’energia ottenuta incenerendo biomasse (cioè legno, residui organici, etc.). Il resto, che rappresenta oltre il 60% del totale, non rientra affatto nel computo. Per questo motivo l’Italia è stata oggetto di una procedura di infrazione da parte dell’UE.

Bruciare i rifiuti dunque è una operazione assai costosa, tenuta in piedi artificialmente dalle vagonate di soldi pubblici che la finanziano.
Altro che libero mercato.
Evidentemente questo è il modo di imprendere molto caro agli imprenditori italiani. La raccolta differenziata infatti costerebbe assai meno e creerebbe molti più posti di lavoro: non fatevi ingannare dalla demagogia. Lo fa presente in una lettera ai cittadini della Campania anche l’ing. Cerani, bresciano, il quale tra l’altro chiarisce con grande senso civico che la provincia di Brescia è quella che in Lombardia ha il costo pro capite più alto per lo smaltimento dei rifiuti.

Basterebbero queste pur sommarie considerazioni ad evidenziare l’assurdità della politica di incenerire ad ogni costo. Anche senza tener conto dei gravi danni che gli inceneritori causano alla salute dei cittadini.

Gli inceneritori: un impatto ambientale devastante
E’ appena il caso di spendere qualche riga su quest’ultimo argomento, l’impatto ambientale degli
inceneritori, benchè molto sia già stato scritto. Molto è stato scritto, è vero, ma ben poco è transitato al pubblico attraverso i canali consueti, i mezzi di (dis)informazione di massa. Gli inceneritori emettono dosi massicce di diossina. La diossina ricade sul terreno e viene accumulata dagli esseri viventi nel corso della catena alimentare, addensandosi nei grassi e favorendo l’insorgere di tumori.
Non è smaltibile in nessun modo, salvo in un caso: il passaggio diretto di madre in figlio di una quota di diossina nel corso della gravidanza. I gas che si formano nel corso della combustione dei rifiuti contengono anche altre sostanze chimiche molto pericolose, come furani (PCDFs), cloroformio, policlorobifenili (PCBs), esaclorobenzene (prodotto di degradazione dei PCBs), tetracloroetilene, formaldeide e fosgene e metalli come l’arsenico, il berillio, cadmio, cromo (tutte sostanze cancerogene), più altri metalli pesanti non cancerogeni. I filtri degli impianti abbattono in
fase di emissione gran parte di queste sostanze, tuttavia non possono eliminarle tutte. Circa il 30% del peso iniziale del rifiuto si ritrova poi alla fine del ciclo di combustione sotto forma di ceneri altamente contaminate. Pertanto l’inceneritore non elimina affatto le discariche; anzi, al contrario richiede una discarica speciale per le ceneri residue, ceneri che – come abbiamo già detto – ammontano in peso a circa 300 Kg per ogni tonnellata bruciata.

Un altro grosso problema è rappresentato dalle polveri sottili, particolato PM10, PM2.5 e PM0.1, le quali si formano in grandi quantità durante la combustione di impianti del genere. Un recente studio degli scienziati Gatti e Montanari, commissionato dall’Unione Europea, ha evidenziato in particolare l’estrema pericolosità del particolato PM0.1, nanoparticelle con diametro inferiore al decimillesimo di
millimetro, che la normativa europea finora non aveva considerato rilevanti ai fini della valutazione dell'impatto ambientale degli impianti di emissione (turbogas e inceneritori innanzitutto). Con l’ausilio di un microscopio a scansione ambientale i due scienziati hanno invece dimostrato che non non esiste filtro in grado di abbattere il PM0.1. Tale particolato transita anche negli alimenti e non è smaltibile dal corpo umano, entrando nella cellula fino ad intaccare il filamento del Dna. A fronte dello studio Gatti-Montanari, il calcolo del PM2.5 e del PM0.1 emesso verrà con tutta probabilità introdotto nelle normative europee. Risultato: gli inceneritori saranno fuorilegge, salvo proroghe e sanatorie di alcuni anni. Ma fino a quando i cittadini dovranno ancora continuare a “morire a norma di legge”,tanto per usare le parole di Beppe Grillo?

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